Energia oscura: qualcosa è cambiato

Marco Raveri, 30 anni, ricercatore al Kavli Institute for Cosmological Physics di Chicago (Stati Uniti)

Da 67 a 73 in 13 miliardi di anni… una variazione non piccola, per una “costante”. E che costante: stiamo parlando della mitica H0 (si legge ‘acca zero’), la costante di Hubble. Quella che rende conto dell’espansione dell’universo. Quella che ci dice a che velocità si allontanano le galassie l’una dall’altra in base alla loro distanza reciproca, consentendoci così di misurare, tramite il redshift, quanto una sorgente è lontana da noi, e dunque quanto è “antica” la sua luce. Quella che è alla base di ogni stima sull’età, la geometria e in ultima analisi il destino del nostro universo. continua ...

È una lente gravitazionale! Parola di rete neurale

Crediti: Greg Stewart/SLAC National Accelerator Laboratory

Un’intelligenza artificiale che ci aiuti a comprendere l’universo? Sembra uno scenario da fantascienza, ma è oggi una realtà. Come viene illustrato in uno studio pubblicato su Nature, un team di ricercatori del Kavli Institute for Particle Astrophysics and Cosmology ha utilizzato delle reti neurali per l’analisi di immagini catturate grazie al lensing gravitazionale, riducendo drasticamente il tempo necessario per estrapolare e analizzare i dati presenti in queste immagini: da diverse settimane a pochi secondi. continua ...

Frb: in quella galassia sta accadendo qualcosa

Sequenza di 14 dei 15 lampi radio rilevati dal Green Bank Telescope

Se abbiamo interpretato correttamente l’Atel #10675, il telegramma astronomico con il quale l’osservazione è stata resa nota alla comunità scientifica, tutto è accaduto tutto fra le 15:51 e le 16:17 ora italiana di sabato 26 agosto: una raffica di 15 Frb, i misteriosissimi fast radio bursts, in meno di mezz’ora. Tutti provenienti dalla stessa regione di universo: un’anonima galassia nana a tre miliardi d’anni luce dalla Terra. Ora, se pensiamo che fino a sabato scorso di Frb ne erano stati captati appena due dozzine nell’arco di anni, è ovvio che ricevere 15 di questi potentissimi segnali radio, brevissimi e ancora orfani d’una spiegazione, tutti in una manciata di minuti lascia gli astrofisici a dir poco interdetti. Come se non bastasse, questi 15 hanno pure frequenze diverse da quelli ricevuti in passato, frequenze più elevate: il picco è attorno ai 7 Ghz. continua ...

Risolto il “cold case” della nova coreana

Il resto della nova del 1437, come è osservabile oggi. L’immagine, che evidenzia l’idrogeno nella nube di materiale, mostra la posizione odierna della binaria che diede origine alla nova (barrette rosse),e la sua posizione nel 1437 (croce rossa). Crediti: Shara et al.

Non capita tutti i giorni che dati vecchi 600 anni aiutino a svelare un mistero dell’astrofisica odierna. Uno studio che esce oggi su Nature considera osservazioni astronomiche in documenti antichi centinaia di anni, identificando ciò che rimane di una nova che venne originariamente osservata nel 1437, e gettando nuova luce sull’evoluzione delle variabili cataclismiche. continua ...

Alma scova riserve di gas tra le ciglia galattiche

La galassia SMM J2135-0102 soprannominata “Cosmic Eyelash” per la sua forma che ricorda lunghe ciglia. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/E. Falgarone et al.

Di recente le antenne di Alma (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) sono state usate per trovare riserve di gas freddo e turbolento intorno a galassie “starburst” distanti. Un’equipe con a capo Edith Falgarone (Ecole Normale Supérieure and Observatoire de Paris, Francia) ha usato, infatti, le antenne cilene per confermare la presenza della molecola dellidruro di carbonio CH+ in cinque delle sei galassie osservate, tra cui la galassia SMM J2135-0102 soprannominata “Cosmic Eyelash” per la sua forma che ricorda lunghe ciglia. Questa ricerca ha fornito nuove informazioni che possono aiutare gli astronomi a comprendere la crescita delle galassie e le modalità con cui i dintorni di una galassia ne alimentano la formazione stellare. continua ...

Con la “Z Machine” a un passo dal buco nero

Guillaume Loisel, primo autore dello studio pubblicato su Physical Review Letters, accanto alla ”Z machine” dei Sandia National Laboratories. Crediti: Randy Montoya

Ricreare in laboratorio veri e propri buchi neri è – almeno per ora – al di fuori della nostra portata, ma ai Sandia Labs di Albuquerque, New Mexico, ci son andati molto vicini: hanno riprodotto le condizioni fisiche presenti nei dischi di accrescimento che li circondano. Un’impresa complicata, che ha impegnato i ricercatori per oltre cinque anni, ma con un esito tutt’altro che scontato: i risultati dell’esperimento, pubblicati questo mese su Physical Review Letters, mettono in discussione alcune fra le teorie più condivise su ciò che avviene in questi dischi di materia. continua ...