Open science: Gaia sì, ma non per tutti

Ronald Drimmel, ricercatore all’’Istituto nazionale di astrofisica di Torino e membro del Data Processing and Analysis Consortium (Dpac) di Gaia

Con la pubblicazione della sua ultima release di dati, il satellite Gaia dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ha reso disponibile a chiunque il più grande e completo censimento stellare della nostra galassia, dando una spinta vertiginosa a una valanga di scoperte in campo astronomico. Mentre sto scrivendo queste mie riflessioni, sull’archivio di preprint ad accesso libero astro-ph vedo che sono già stati caricati articoli scientifici a dozzine. Una messe di dati che è frutto di anni e anni di lavoro da parte di oltre un migliaio fra ingegneri e scienziati.

Uno sforzo collettivo per metà rivolto alla progettazione, alla costruzione, al lancio e all’attuale funzionamento del satellite. L’altra metà, tuttora in corso, è il lavoro svolto dallo science consortium per trasformare i dati di telemetria inviati da Gaia in prodotti scientifici veri e propri: posizione, moto, parallasse e misure del flusso di un miliardo abbondante di stelle. La nostra visione della Via Lattea non sarà mai più la stessa.

Fra gli scienziati attualmente coinvolti nell’elaborazione di questi dati, c’è chi ha dedicato l’intera carriera alla missione di Gaia, dall’epoca della preparazione della proposta iniziale presentata all’Esa, circa 20 anni fa, fino a oggi. Per noi membri storici di questa lunga collaborazione, l’attuale release di dati rappresenta un momento culminante della carriera: stiamo vedendo il nostro sogno diventare realtà.

Un momento che vivo però con sentimenti contrastanti. Poiché molte istituzioni accademiche e di ricerca misurano la produttività scientifica in termini di pubblicazioni e citazioni, noi sognatori con gli occhi rivolti alle stelle abbiamo infatti subito, a causa di questa nostra dedizione, un rallentamento nelle progressioni di carriera. Gli istituti in cui lavoriamo ci hanno dato piena libertà di dedicarci alla missione e ci hanno pagato gli stipendi, è vero, ma il nostro tempo speso su Gaia è considerato scientificamente non produttivo. E questo è un problema che continua riguardarci tutti, giovani e meno giovani, perché Gaia è una missione che ha ancora davanti a sé anni d’attività di elaborazione dei dati.

C’è poi un secondo aspetto che pone Gaia all’avanguardia rispetto ad altre missioni spaziali: la sua politica di open data. A differenza di quanto accade per altri satelliti, noi scienziati di Gaia non godiamo praticamente di alcun periodo proprietario durante il quale poter accedere in modo esclusivo ai dati della missione – un privilegio che ci consentirebbe di avvantaggiarci nella produzione scientifica. Questo nonostante il sogno di molti di noi non fosse tanto produrre un catalogo da un miliardo di stelle, bensì fare scienza con un catalogo da un miliardo di stelle. Ora, vedere la scienza che sta uscendo grazie dati di Gaia è una cosa meravigliosa, intendiamoci, e ogni scoperta mi entusiasma. Ma a raccogliere i frutti di queste scoperte è chi ha avuto il tempo per prepararsi a farlo – tempo che noi non abbiamo avuto.

Come ci è stato fatto notare, le regole del gioco le conoscevamo, e nessuno ci ha costretti a lavorare su Gaia. È vero, almeno in parte. Ma già dedicarsi a una carriera scientifica è una scelta che comporta un sacrificio economico rispetto a chi, con competenze e preparazione simili alle nostre, lavora in altri settori. È giusto che la scelta di lavorare su una missione scientifica a lungo termine qual è Gaia debba comportare un ulteriore sacrificio?

A dire il vero, un accesso ai dati in anteprima – a condizioni top secret e finalizzato a dimostrare il potenziale scientifico del nuovo catalogo di Gaia nei sei documenti di verifica delle prestazioni che accompagnavano il rilascio dei dati – alcuni di noi lo hanno avuto. Io sono stato uno dei pochi fortunati, ed ero amaramente consapevole del mio status privilegiato: nel mio istituto, su una ventina di persone che lavoravano su Gaia, sono stato l’unico ad avere accesso ai dati in anticipo. Era come se la linea di confine fra i membri del team privilegiato e membri di quello non privilegiato fosse stata tracciata sul pavimento del mio ufficio, visto che lo condivido con un collega scienziato coinvolto in Gaia esattamente da quando lo sono io.

Poter accedere ai dati in anteprima mi ha offerto un vantaggio, rispetto ai miei colleghi non privilegiati, e ha sollevato una serie di domande: era giusto? Era una cosa buona per la scienza? Era buona per Gaia? Non potevo fare a meno di pensare che a molti fra coloro che avevano fatto sacrifici e investito in Gaia quanto me non era consentito di raccogliere il frutto delle loro fatiche.

Le grandi missioni scientifiche come Gaia richiedono decenni, e occorre più di una generazione per completarle con successo. È dunque cruciale far sì che tali missioni riescano ad attrarre persone di talento e a mantenerle motivate. Cosa che non può accadere se chi ci investe la carriera non viene ricompensato in modo equo.

Ritengo che la politica open data di Gaia sia la cosa migliore per la scienza, e continuo a sostenerla, ma c’è un’incongruenza deleteria tra questa politica e il modo in cui viene misurata la produttività scientifica. Un costo elevato che viene pagato non dall’Esa, o dalle altre agenzie spaziali che hanno investito finanziariamente in Gaia, bensì dagli scienziati che lavorano all’elaborazione dei dati. Un costo che si misura in anni.

Pur senza arretrare sulle politiche open data, occorre dunque trovare un modo nuovo per dare il giusto riconoscimento agli scienziati che lavorano per missioni scientifiche a lungo termine come Gaia, ma questo richiede un passo avanti da parte di tutti gli attori in gioco. Nel caso di Gaia, ecco come potremmo migliorare le cose:

  • Le istituzioni accademiche e di ricerca devono ampliare i criteri con i quali misurano la produttività dei loro scienziati. Nell’odierno mondo della big science, essere scienziato non si limita più a fare ricerca e scrivere articoli. Se le istituzioni vogliono partecipare alla big science, devono riconoscere il lavoro degli scienziati che hanno investito il loro tempo in questi progetti.
  • Il consorzio per l’elaborazione dei dati dovrebbe incentivare, invece che limitare, le opportunità per i membri del team di pubblicare articoli. E dovrebbe consentire anche pubblicazioni che non siano strettamente associate alle release dei dati. Sarebbe buono per la scienza e sarebbe buono per Gaia, perché non c’è modo migliore per verificare se stiamo facendo le cose per bene, e non c’è modo migliore per dimostrare il potenziale di Gaia.
  • L’Esa dovrebbe avere maggior fiducia negli scienziati che hanno investito le loro carriere nell’elaborazione dei dati. Abbiamo tutti firmato i non-disclosure agreements e siamo tutti consapevoli delle conseguenze che potrebbe avere la diffusione di dati riservati al di fuori del consorzio.
  • Chi sta lavorando con i dati di Gaia dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di invitare uno o due esperti della collaborazione Gaia. Esperti scelti non solo e sempre fra gli scienziati più noti, ma anche fra i ricercatori più giovani, quelli coinvolti nella produzione dei dati più rilevanti per il progetto. Il loro contributo sarà magari piccolo, ma la loro familiarità con i dati non ha prezzo. Ed è un bel modo per dire grazie.

È meraviglioso vedere Gaia apprezzata in tutto il mondo, un successo meritatissimo, e io non posso fare a meno di provare un’immensa soddisfazione. Tutti gli sforzi e i sacrifici fatti stanno dando risultati: con questa missione stiamo rivoluzionando l’astronomia.


Articolo originale (tradotto e pubblicato su Media Inaf con il consenso di Scientific American): “The Price of Open Science”, del 23 maggio 2018. Ronald Drimmel è ricercatore all’’Istituto nazionale di astrofisica e membro del Gaia Dpac, il consorzio scientifico incaricato dall’Agenzia spaziale europea di elaborare la telemetria di Gaia.

Fonte: Open science: Gaia sì, ma non per tutti

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