Scavando a braccio: Curiosity torna a trapanare

Immagine presa dalla Mast Camera (Mastcam) di Curiosity il giorno marziano Sol 2057. Crediti: Nasa / Jpl-Caltech / Msss

Quando tutto scorre secondo il programma, si fa presto a dire “lo facciamo fare al robot”. Ma è nell’istante in cui il lancio dei dadi della vita reale ti manda sulla casella sbagliata – quando ti costringe a pescare la carta dal mazzo degli imprevisti – che la distanza fra l’infallibile ma rigida macchina da una parte, e dall’altra noi, esseri imperfetti ma elastici fino alla più imbarazzante delle contraddizioni, si fa sentire. Prendete Curiosity, il nostro esploratore marziano: un capolavoro d’ingegneria. Va lento, d’accordo, su quelle sue sei ruote. Ma si muove a cento milioni di km dalla Terra – su un pianeta inospitale, senza strade né Gps – prendendo in autonomia decisioni da far impallidire la driverless più ardita. Tipo polverizzare sassi qua e là con il suo raggio laser senza chiedere niente a nessuno. Ma basta il più banale dei contrattempi e un’importante parte della missione rischia di venir sacrificata.

Com’è successo nel dicembre del 2016. Dopo 15 “trivellazioni” (fra virgolette, parliamo di centimetri) andate bene, ecco che il trapano ha smesso di funzionare, rendendo impossibile scavare un po’ il terreno per raccogliere campioni del suolo. Studiando a fondo il problema, i tecnici Nasa si sono accorti che in realtà il trapano funziona ancora. Ma non riesce più ad avanzare o a ritrarsi. O meglio: non riesce più a farlo nella configurazione canonica, quella da programma, che prevedeva l’utilizzo di un paio di “dita” meccaniche ai lati della punta: gli stabilizzatori. Quando questi fuoriescono per posarsi sul terreno a garantire stabilità, il trapano non ne vuole più sapere di muoversi.

E se rinunciassimo agli stabilizzatori, si sono chiesti – passato l’iniziale momento di sconforto – i tecnici del Jet Propulsion Laboratory della Nasa? In fondo noi comuni mortali, se dobbiamo fare un buco alla parete, non abbiamo bisogno di uno stabilizzatore. Certo, appoggiarsi al muro con l’altra mano, quella che non regge il trapano, aiuta. Ma non è strettamente necessario. Riuscirebbe Curiosity a compiere una simile acrobazia con il suo braccio meccanico? Per rispondere, hanno messo alla prova la copia di Curiosity che saggiamente tengono in laboratorio, qui sulla Terra, proprio per affrontare questo tipo di imprevisti senza mettere a repentaglio il Curiosity vero – là irraggiungibile sul Pianeta rosso – usandolo come cavia.

Il test ha portato via circa un anno, durante il quale gli ingegneri della missione hanno dovuto “insegnare” da zero al braccio del rover come usare il trapano con quella tecnica così fuori da ogni schema. Prima qui sulla Terra, appunto. Poi su Marte, ma con infinita cautela: solo a febbraio scorso si sono azzardati a tentare un primo forellino, appena un centimetro di profondità, dopo un anno abbondante di stop.

E finalmente lo scorso weekend, con la nuova tecnica “a percussione”, dopo essere riuscito a scavare un buco da cinque centimetri nel suolo di Marte, Curiosity ha ricominciato a raccogliere campioni di polvere di roccia. Ora si tratta di verificare se funzionano anche tutti i passaggi successivi, quelli che permettono di trasportare la polvere al laboratorio d’analisi a bordo del rover. Proprio nelle prossime ore, nella giornata di venerdì 25 maggio, è in programma il primo tentativo.

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Fonte: Scavando a braccio: Curiosity torna a trapanare

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